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(da p. Raniero Cantalamessa ofm : Il mistero del Natale) Maria e il magnificat Il magnificat celebra l’evento della venuta del Messia. Manifesta il compimento di tutte le attese. Esso segna il passaggio dalla profezia al compimento, la storia inizia un nuovo corso. Il magnificat ci presenta un nuovo modo di guardare Dio e un nuovo modo di guardare il mondo. Per quanto riguarda il nuovo modo di guardare Dio, il primo movimento del magnificat è verso Dio. Maria visitando Elisabetta non si attarda a rispondere al saluto o a dare spiegazioni, non entra in dialogo con gli uomini, ma con Dio. Pur rimanendo in mezzo agli uomini continua ininterrotto il suo dialogo con Dio. Ella raccoglie la sua anima e la inabissa nell’infinito che è Dio. Osservando questi personaggi più che le parole sono gli stati d’animo che essi lasciano trasparire. In presenza di Dio la creatura conosce finalmente se stessa nella verità . Maria si sente guardata da Dio ed entra ella stessa in quello sguardo. Si percepisce come un piccolo nulla che Dio si è degnato di guardare. Tutto ella attribuisce a Dio e nulla a se stessa. Dio è l’autore, l’agente principale, lei è solo il luogo in cui Dio agisce, anche se un luogo libero che collabora con Dio con i mezzi che ha disposizione: la sua disponibilità e il suo si. Ella ha davvero restituito a Dio il suo potere! E’ piena di grazia perché è vuota di se. Da questo atteggiamento di Dio, di se, della verità si sprigiona la gioia. All’ebrezza del contatto con Dio, da quell’atteggiamento di attesa scaturisce anche la sobrietà nel guardare il mondo, scaturisce la capacità di un saggio discernimento. Viene messa in evidenza la categoria degli umili e dei poveri. Non che avvenga un cambiamento sociale visibile, il rovesciamento è accaduto nella fede. Come se durante la notte ci fosse stata una svalutazione monetaria e la ricchezza avesse perso tutto il suo valore. Si è manifestato il regno di Dio e questo ha provocato una silenziosa ma radicale rivoluzione. Il Magnificat non è stato detto una sola volta ma è stato messo per tutti i secoli sulle labbra della Chiesa. Anche per la chiesa il suo primo moto deve essere sempre verso Dio, essa deve esistere alla presenza di Dio, prima ancora che alla presenza del mondo. La Chiesa possiede un’immagine diversa della realtà del mondo, ed essa non può occultare tale immagine, deve anzi renderla nota agli uomini perché ne va del loro destino eterno. Renderla nota, a volte, con parole semplici, come quelle di Maria e questo anche a costo di sembrare ingenua e fuori dal mondo; questo è il linguaggio profetico, diretto e coraggioso, in cui all’opinione umana viene contrapposta la verità divina. Simeone: il “Nunc dimittis”… ora lascia o Signore! Nell’evento della presentazione abbiamo un altro personaggio in attesa: il vecchio Simeone. In questo evento è Dio che presenta un bambino al mondo, attraverso le braccia alzate di Simeone che lo definisce “Luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo”. Ecco che si chiude il tempo della profezia e si inaugura il tempo del compimento. La profezia con Simeone cambia baricentro, non si tratta più tanto di annunciare cose future, quanto di riconoscere una persona presente. L’evento della presentazione più che sulla profezia pone l’accento sulla natura della persona che nasce. Questo inno che potrebbe essere definito l’inno del pensionamento, del congedo dal servizio, ci insegna il distacco, la libertà di spirito e la purezza di cuore. A Simeone non gli importa avere una parte e un nome in quell’evento che vede, è contento che l’opera di Dio si realizzi, con Lui o senza di Lui. Per questi personaggi dell’attesa, Dio conta infinitamente di più che non il compito loro assegnato. Ma è bello guardare la meta, anche se da lontano, come fece Mosè che guardò da lontano la terra promessa, e con l’aiuto di Dio incamminarsi verso di essa.
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