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L' attesa
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L' attesa
Il Sentiero dell'Attesa
L'Attesa di Dio
I Personaggi dell'Attesa
L'Attesa nella preghiera
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 L’Attesa

 

Personalmente non amo attendere. L’attesa è una situazione che non mi piace, e ciò da sempre. Tuttavia nella mia vita ho dovuto fare i conti con essa, un po’ come tutti, penso!. Poi, pellegrinando in varie letture, ho scoperto che essa può avere un valore. E da allora la riflessione interiore è entrata in funzione. Mi sono come “imbattuta”  con quei libri che parlavano di essa. Non li ho cercati, ma all’improvviso, girovagando tra librerie senza mete precise,  quei testi  si sono messi in evidenza. Mi sono lasciata colpire dai titoli, anche se spesso ero  “fuori tempo”, come mi veniva fatto osservare. Infatti spesso trovavo i libri che parlavano dell’Attesa, magari durante il tempo di Pasqua e qualcuno mi diceva che quello era un tema dell’Avvento. Credo che non ci sia un tempo particolare in cui occuparsene, ogni tempo è buono e opportuno, soprattutto quando lo spirito è maturo per quella riflessione.

 

L’attesa appartiene principalmente al Natale perché si attende Colui che viene, che è venuto e che verrà, e così l’attesa diventa anche il tema dell’Apocalisse, e della Parusia. Ma  l’attesa è nel contempo anche il tema della Pasqua, perché si attende la Risurrezione di Gesù, oltre che la nostra e con questa attesa si entra nell’escatologia. Quante dimensioni ha l’Attesa, non è vero!

 

Così ho scoperto che l’Attesa è problema e mistero al tempo stesso, che interessa il cammino di ogni fedele. Si vede che essa fa parte del cammino verso Dio. Ho cominciato da allora a vedere, senza sforzo, riferimenti sull’attesa, in molti ambiti intorno a me.

Questi testi sono un'occasione per invitarvi a riflettere sull’Attesa, in questo tempo di Avvento, per trovare in essa il messaggio positivo che contiene, alla luce della fede.

 

La redattrice del portale

Roma 2009

 

 

 

 

 


 

 

 

 


IL SENTIERO DELL’ATTESA

( dal libro di H. Nowen:
"Sentieri della vita e dello Spirito")

 

Una cosa che sono giunto a sentire come importante per il nostro vivere, è la spiritualità dell’attesa. Cosa significa attesa. Uno è l’attendere Dio, altro è l’attendere di Dio, è una duplice attesa. Noi siamo in attesa. Dio è in attesa.

Nelle nostre vite l’attesa non è un atteggiamento molto popolare. La maggior parte di noi considera l’attesa una perdita di tempo. Forse perché la cultura nella quale viviamo ci dice: “su, dai! Fa qualcosa! Non stare lì seduto ad aspettare”. Per molti l’attesa è un deserto arido che si stende tra il luogo in cui essi si trovano e quello in cui vogliono andare… Nella nostra situazione storica particolare, l’attesa è anche più difficile perché viviamo nel timore. La gente ha paura. Paura dei sentimenti interiori, paura degli altri, paura del futuro. Le persone timorose soffrono nell’attesa, perché quando abbiamo paura vogliamo fuggire via da dove siamo: - invece – Mi colpisce che tutte le figure che appaiono nelle prime pagine del vangelo di Luca siano in attesa. L’intera scena iniziale della buona novella è piena di persone che attendono.

Il loro attendere è un attendere con senso di promessa. I personaggi che attendono hanno ricevuto una promessa che infonde loro coraggio e li mette in condizione di attendere: hanno ricevuto qualcosa che sta operando in loro, come un seme che ha cominciato a germogliare. Questo per noi è importantissimo. Noi possiamo veramente aspettare solo se ciò che stiamo aspettando è già cominciato per noi. In altre parole, aspettare non è mai un movimento da niente a qualcosa. E’ sempre un movimento da qualcosa a qualcosa di più. Questi personaggi stavano vivendo con una promessa che li nutriva, che li alimentava e che li rendeva capaci di stare dov’erano. E in questo modo, la promessa si potè realizzare in loro e per mezzo di loro.

In secondo luogo, l’attesa è attiva. La maggior parte di noi pensa all’attesa come a qualcosa di molto passivo, uno stato senza speranza determinato da eventi completamente al di fuori delle nostre mani. Ma non c’è nulla di questa passività nella Scrittura. Coloro che sono in attesa aspettano molto attivamente. Essi sanno che ciò che stanno aspettando sta germogliando dal terreno sul quale si trovano. Questo è il segreto. Il segreto dell’attesa è la fede.

Attesa attiva significa essere pienamente presenti al momento, nella convinzione che qualcosa sta accadendo dove sei tu e che vuoi essere presente a quel momento. Una persona in attesa è qualcuno che è presente al momento, che crede che questo momento è il momento.

Una persona in attesa, è una persona paziente. La parola ‘pazienza’ vuol dire la buona volontà di stare dove siamo e di vivere la situazione sino in fondo, nella fede che qualcosa di nascosto si sarà manifestato. Vivere con pazienza significa vivere attivamente nel presente e qui attendere.

Le persone impazienti si aspettano sempre che l’evento importante stia avvenendo in qualche altro luogo, e quindi vogliono andare altrove, fuggendo dalla situazione presente. Per loro il momento presente è vuoto. Le persone pazienti, invece, osano restare dove sono. L’attesa, allora, non è passiva. Essa comporta il nutrire il momento che stà crescendo ora.

E c’è di più ancora. L’attesa è senza fine.

Gran parte della nostra attesa è infarcita di desideri: “vorrei… vorrei… vorrei”. “A che cosa assomiglierà la mia vita se le cose che tanto desidero non si realizzeranno?” qui possiamo vedere come i nostri desideri tendono ad essere collegati con le nostre paure, e queste ci paralizzano, impedendoci un'attesa che sia senza fine, cioè aperta al futuro. Perciò molta parte del nostro attendere è a termine, è solo un modo per tenere sotto controllo il futuro. Quei personaggi al contrario – non erano pieni di desideri. Erano pieni di speranza. La speranza è avere fiducia che qualcosa si compirà secondo le promesse e non semplicemente secondo i nostri desideri…

Tanto profonda era la fiducia di Maria, che la sua attesa era aperta a tutte le possibilità. E lei non voleva controllare. Credeva.

Io ho trovato tutto ciò molto importante nella mia vita personale: lasciar morire i miei desideri e cominciare a sperare. Attendere a tempo indeterminato è un atteggiamento assolutamente radicale nei confronti della vita. E’ scegliere di credere che ci accadrà qualcosa ben al di là della nostra immaginazione. E’ abbandonare il controllo del nostro futuro e lasciare che sia Dio a determinare la nostra vita. E vivere con la convinzione che Dio ci plasma secondo il suo amore e non secondo la nostra paura.

 

Trovo l’incontro di queste due donne , assai toccante, perché Elisabetta e Maria si incontrano e favoriscono l’una l’attesa dell’altra. Qui vediamo un modello per la famiglia cristiana e per la comunità cristiana. Solo una famiglia e una comunità, in vista del sostegno, della celebrazione e della proclamazione , possono far crescere ciò che è già iniziato in noi. La visita di Elisabetta e Maria è nella Bibbia una delle espressioni più belle di ciò che significa formare comunità, essere insieme, riuniti attorno ad una promessa, proclamando ciò che sta accadendo in mezzo a noi.

E’ pure questo che la preghiera esprime. Essa è un radunarsi insieme attorno alla promessa. In questo consiste la celebrazione: far crescere ciò che c’è già. In questo consiste l’eucaristia. E’ dire grazie per il seme che è stato piantato. E’ proclamare: “Stiamo aspettando il Signore, che è già venuto”. Tutto il significato della famiglia sta nell’offrire l’uno all’altro uno spazio in cui aspettiamo ciò che abbiamo già visto. La comunità cristiana è il luogo in cui manteniamo viva la fiamma tra noi prendendola sul serio.

In questo modo possiamo vivere con coraggio, con la fiducia che c’è una forza spirituale in noi che ci permette di vivere in questo mondo senza venire continuamente fuorviati dalla disperazione. Questo è il modo in cui osiamo dire che Dio è un Dio d’amore anche quando vediamo odio tutt’intorno a noi. Questo è il motivo per cui possiamo annunciare  che Dio è un Dio di vita anche quando vediamo morte e distruzione e angoscia tutt’intorno a noi. Noi lo diciamo insieme. Lo confermiamo l’uno nell’altro. Aspettare insieme, alimentare ciò che è già cominciato, attendere il suo compimento: questo è il significato del matrimonio, dell’amicizia, della comunità e della vita cristiana”

 

Ma Dio attende…. Attende noi!

Egli attende la nostra risposta!

 






 

L’ATTESA DI DIO

DALL’AZIONE ALLA PASSIONE

 

“Nella passione e risurrezione di Gesù vediamo che Dio stesso è un Dio in attesa. Questo è il secondo aspetto dell’attesa che riguarda in profondità la nostra vita spirituale. Ma proprio questo sguardo ci obbliga a passare, a spostarci dall’azione alla passione. La parola centrale nel racconto dell’arresto di Gesù è un’espressione su cui non ho mai riflettuto molto: essere consegnato.

Nel Getsemani Gesù fu consegnato, perché tradito dall’amico: l’invidia della classe sacerdotale lo consegnò poi ai carnefici; ma già prima, all’inizio della vita di Gesù, è presente un altro ‘essere consegnato’ quello di Dio Padre all’umanità, infatti a Betlemme Dio consegna un Figlio, il Figlio suo Unigenito, al mondo!.

“Questo dramma dell’essere consegnato divide la vita di Gesù in due. La prima parte è piena di attività. Ma immediatamente dopo che Gesù è consegnato, diventa uno a cui le cose vengono fatte. Gli vengono fatte cose sulle quali non ha nessun controlo. Questo è il significato della passione: essere l’oggetto delle azioni di altre persone. E’ importante per noi renderci conto che quando Gesù dice: “Tutto è compiuto”, non intende dire semplicemente: “ho fatto tutte le cose che volevo fare”. Egli intende dire  anche: “ho lasciato che mi fossero fatte perché io compissi la mia vocazione”. Gesù non compie la sua vocazione soltanto nell’azione, ma anche nella passione. Egli non compie la sua vocazione solo facendo le cose che il Padre lo ha inviato a fare, ma anche lasciando che gli vengano fatte le cose che il Padre permette che gli siano fatte. La passione è una sorta di attesa: l’attesa di ciò che altre persone faranno. Questo è il grande dramma della passione di Gesù: doveva aspettare come la gente avrebbe risposto… la sua non è semplicemente l’agonia dell’avvicinarsi alla morte. E’ anche l’agonia di dover aspettare. E’ l’agonia di un Dio che dipende da noi per il modo in cui manifestare fino in fondo la sua presenza divina in mezzo a noi. Qui intravediamo il mistero dell’Incarnazione di Dio. Dio si fece uomo non solo per agire in mezzo a noi, ma anche per essere colui che riceve le nostre risposte. Dio rivela se stesso in Gesù come colui che aspetta la nostra risposta.

La risurrezione prima di tutto è la vita che sgorga nella passione di Gesù, nel suo attendere. La risurrezione ha inizio anche nel mezzo della passione. Nel Getsemani Gesù che risponde a coloro che lo cercano: “Sono io!” ci ricorda il roveto ardente.

Per cui proprio quando Gesù è consegnato alla sua passione, egli manifesta la sua gloria. Ma ciò vale anche per noi, che anche nel mezzo delle nostre sofferenze e della nostra passione, in mezzo al nostro attendere, possiamo già sperimentare la risurrezione. Se consideriamo il nostro mondo, quanto possiamo realmente avere sotto controllo? La nostra vita non è in larga parte passione? I molti modi in cui subiamo le azioni di altre persone, di eventi e della cultura in cui viviamo, e di molti altri fattori al di là del nostro controllo spesso lasciano poco spazio alle nostre iniziative personali.

Sembra che nella nostra società vi siano sempre più persone che hanno sempre meno influenza sulle decisioni che riguardano la loro esistenza personale. Di conseguenza, diventa sempre più importante riconoscere che la maggior parte della nostra esistenza comporta l’attesa nel senso di essere ‘agiti’. Ma la vita di Gesù ci dice che non avere il controllo fa parte della condizione umana. La sua vocazione si è compiuta non solo nell’azione, ma anche nella passione, nell’attesa.

 

Se è vero che Dio in Gesù è in attesa della nostra risposta all’amore divino, allora possiamo scoprire una prospettiva totalmente nuova su come stare in attesa nella vita. Possiamo imparare ad essere uomini e donne obbedienti che non cercano sempre di tornare all’azione, ma che ravvisano il compimento della propria umanità più profonda nella passione, nell’attesa. Se riusciremo a fare questo, sono convinto che entreremo in contatto con la gloria di Dio e con una nostra nuova vita”.

 

 




 


 

(da p. Raniero Cantalamessa ofm : Il mistero del Natale)

 

Maria e il magnificat

 

Il magnificat celebra l’evento della venuta del Messia. Manifesta il compimento di tutte le attese. Esso segna il passaggio dalla profezia al compimento, la storia inizia un nuovo corso. Il magnificat ci presenta un nuovo modo di guardare Dio e un nuovo modo di guardare il mondo.

Per quanto riguarda il nuovo modo di guardare Dio, il primo movimento del magnificat è verso Dio. Maria visitando Elisabetta non si attarda a rispondere al saluto o a dare spiegazioni, non entra in dialogo con gli uomini, ma con Dio. Pur rimanendo in mezzo agli uomini continua ininterrotto il suo dialogo con Dio. Ella raccoglie la sua anima e la inabissa nell’infinito che è Dio.

 

Osservando questi personaggi più che le parole sono gli stati d’animo che essi lasciano trasparire. In presenza di Dio la creatura conosce finalmente se stessa nella verità. Maria si sente guardata da Dio ed entra ella stessa in quello sguardo. Si percepisce come un piccolo nulla che Dio si è degnato di guardare. Tutto ella attribuisce a Dio e nulla a se stessa. Dio è l’autore, l’agente principale, lei è solo il luogo in cui Dio agisce, anche se un luogo libero che collabora con Dio con  i mezzi che ha disposizione: la sua disponibilità e il suo si. Ella ha davvero restituito a Dio il suo potere! E’ piena di grazia perché è vuota di se. Da questo atteggiamento di Dio, di se, della verità si sprigiona la gioia.

 

All’ebrezza del contatto con Dio, da quell’atteggiamento di attesa scaturisce anche la sobrietà nel guardare il mondo, scaturisce la capacità di un saggio discernimento. Viene messa in evidenza la categoria degli umili e dei poveri. Non che avvenga un cambiamento sociale visibile, il rovesciamento è accaduto nella fede. Come se durante la notte ci fosse stata una svalutazione monetaria e la ricchezza avesse perso tutto il suo valore. Si è manifestato il regno di Dio e questo ha provocato una silenziosa ma radicale rivoluzione.

 

Il Magnificat non è stato detto una sola volta ma è stato messo per tutti i secoli sulle labbra della Chiesa. Anche per la chiesa il suo primo moto deve essere sempre verso Dio, essa deve esistere alla presenza di Dio, prima ancora che alla presenza del mondo. La Chiesa possiede un’immagine diversa della realtà del mondo, ed essa non può occultare tale immagine, deve anzi renderla nota agli uomini perché ne va del loro destino eterno. Renderla nota, a volte, con parole semplici, come quelle di Maria  e questo anche a costo di sembrare ingenua e fuori dal mondo; questo è il linguaggio profetico, diretto e coraggioso, in cui all’opinione umana viene contrapposta la verità divina.

 

 

Simeone: il “Nunc dimittis”… ora lascia o Signore!

 

Nell’evento della presentazione abbiamo un altro personaggio in attesa: il vecchio Simeone. In questo evento è Dio che presenta un bambino al mondo, attraverso le braccia alzate di Simeone che lo definisce “Luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo”. Ecco che si chiude il tempo della profezia e si inaugura il tempo del compimento. La profezia con Simeone cambia baricentro, non si tratta più tanto di annunciare cose future, quanto di riconoscere una persona presente. L’evento della presentazione più che sulla profezia pone l’accento sulla natura della persona che nasce.

Questo inno che potrebbe essere definito l’inno del pensionamento, del congedo dal servizio, ci insegna il distacco, la libertà di spirito e la purezza di cuore. A Simeone non gli importa avere una parte e un nome in quell’evento che vede, è contento che l’opera di Dio si realizzi, con Lui o senza di Lui.

Per questi personaggi dell’attesa, Dio conta infinitamente di più che non il compito loro assegnato. Ma è bello guardare la meta, anche se da lontano, come fece Mosè che guardò da lontano la terra promessa, e con l’aiuto di Dio incamminarsi verso di essa.

 




 




 

Nel salmo 119

 

Beati l’uomo di integra condotta,

che cammina nella legge del Signore

Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti

e lo cerca con tutto il cuore


Non commette ingiustizie

Cammina per le sue vie

Tu hai dato i tuoi precetti

Perché siano osservati fedelmente

 

Siano dirette le mie vie

Nel custodire i tuoi decreti.

Allora non dovrò arrossire

Se avrò obbedito ai tuoi comandi.

 

Commento:

da questo salmo prendiamo alcuni insegnamenti sull’attesa. I comportamenti di chi attende e tende verso il Signore sono fondamentalmente la fedeltà, poi ci sono tre azioni:

camminare                    osservare                       custodire

Camminare per le sue vie; Osservare i tuoi precetti; Custodire i tuoi decreti.

E la ricompensa di questa attesa sarà che non dovremo arrossire quando finalmente lo vedremo e dovremo sostenere il suo sguardo. Camminiamo per le vie del Signore, quelle che Lui ha tracciato per noi. Osserviamo i suoi comandamenti, Egli è il Dio dell’Amore, e custodiamo la sua Parola, di salvezza, rimanendo fedeli lungo tutto il cammino della nostra vita, sull’esempio di Maria di Nazareth, fino a quando questa vita si incontrerà faccia a faccia con il Signore Gesù.

 

Da una mistica francese del 1800 prendo le seguenti riflessioni, che io uso come preghiera:

Invito all’attesa

 

“Dimentica te stessa,

dimentica tutto,

getta i tuoi sguardi sull’infinito,

attendi, attendi sempre…

“Tendere e attendere

“Attendi e ama

“Attendo il Signore e aspettandolo, attenderò

“se non compare, aspetterò ancora,

L’aspettare è la gioia del mio cuore.

“Ti attendo, Signore,

e aspettandoti attenderò.

Aspettarti sarà la consolazione della mia attesa:

e sarà eterna gioia di averti aspettato

poiché un giorno Tu sarai venuto”

 

 

 


 




 
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